L’attesa delle foto, il desiderio di riguardare i momenti in cui hai scattato, l’imbarazzo di far vedere al fotografo istantanee della tua vita.

Tutto questo mi è tornato alla mente portando a sviluppare un rullino fotografico dopo quattordici anni. L’ultimo per me risaliva al 2003: foto della gita di terza media.

Eppure, a pensarci meglio, a rendere la fotografia analogica più affascinante non è il ritorno ad una tecnica passata, non è questione di nostalgia, di vintage, di revival.

Non si può comparare lo scatto analogico e lo scatto digitale con l’ascolto di un disco in vinile e di un file mp3, semplicemente perché non c’è nulla di proprio che si aggiunge o si perde nell’ascoltare la stessa musica nell’uno e nell’altro caso.

Altro è il discorso della foto.

Quello che più manca nello scatto digitale, e quello che più affascina nell’attendere di potere vedere i proprio scatti, è l’effetto sorpresa, il fatto di dover aspettare prima di poter vedere cosa vien fuori dalla pellicola ma soprattutto il fatto che la foto non può essere modificata dopo lo scatto. Sarà poi il tempo a svelarci il risultato.

Bene, la fotografia analogica ci invita insomma alla riscoperta di due valori dismessi dal nostri tempo: l’attesa e l’impossibilità di avere il controllo su tutto.

L’attesa, è evidente. Ho iniziato il rullino nell’estate 2014 e tre anni dopo ne ho visto gli effetti, quando più che di attesa si può parlare di amnesia.

La mania di controllo, del nostro tempo, invece, sullo scatto digitale, non attacca. Una volta scattata, la foto è immutabile: c’è un solo tentativo a disposizione, e quel tentativo sarà stampato su carta fotografica.

La fotografia analogica non perdona: disattenzioni o incertezze, sbadataggini o inesperienze si manifestano nel risultato in maniera spietata, ma la lezione che si trae da quegli errori è sicuramente più duratura: non ci si può permettere di ripetere lo stesso errore sprecando così tentativi preziosi.

Nessun filtro, nessuna correzione, nessun ritocco; né uno schermo dove controllare se siamo venuti in foto con l’espressione che volevamo, né infinti altri tentativi fino a che non abbiamo subito l’immagine che desideriamo.

Uno scatto un momento.

E non importa se quello scatto è nettamente diverso dall’immagine che avevamo in testa perché non si può conformare la foto analogica all’immagine che ci eravamo creati in testa, non possiamo avere il controllo totale sulla nostra immagine, come sulla nostra vita.

Bisogna allora accettare che una foto che non ci piace è traccia di una parte di noi che può non piacerci ma che esiste, non possiamo censurarla ma sarebbe meglio accettarla, o tutt’al più addomesticarla.

Ci sono poi quelle classiche foto venute male, che qui voglio riportare più di quelle venute bene non perché sono artistiche – termine abusato e che non si può riferire a prodotti di arte malriuscita – ma perché stridono con le immagini così controllate e perfette della fotografia digitale.

La fotografia analogica è una donna bella e sicura di sé anche non truccata e in tuta, la fotografia digitale è la donna che non esce di casa se non è perfettamente truccata e di tutto punto, che si guarda in continuazione negli specchi quando è fuori, tremendamente insicura e che ha paura d farsi vedere in pubblico struccata.

 

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